Come sono finita qualche anno fa in uno dei più piccoli stati degli Usa? Non saprei. Il fatto certo è che conclusi gli studi, ho convertito il desiderio adolescenziale di un master a Londra con un una lunga degenza a Newark, capoluogo della contea di Essex, New Jersey. Il cambio di rotta è avvenuto più o meno come fosse il trailer di The Hangover (Una notte da leoni).
Un gruppo di amici, il mattino dopo la festa di addio al celibato a Las Vegas si risvegliano senza ricordi, senza lo sposo, con una tigre in bagno e un neonato sconosciuto nello stanzino. Più o meno la sensazione provata allo sbarco. Quando ho deciso di fare il biglietto e partire ero evidentemente assente. Con un inglese che Totò mi avrebbe invidiato sono giunta a destinazione e ho cominciato a cercarmi uno spazio. Gira che ti rigira, bussa, cerca, chiedi, studia alla fine sono riuscita a trovare un’associazione culturale che mi lasciasse scrivere una specie di rubrica sulla bella Italia.
Pizza e mandolino e bla bla vari. Che nostalgici gli italoamericani! Eppure la nostalgia, al ritorno e al contrario, ha preso anche me. Sì perché una volta lasciata la terra in cui fu aperto il primo cinema drive-in al mondo, la patria di Frank Sinatra, lo stato con la contea di Camden, set di My name is Earl, m’è subito tornata la voglia di tornarci. Ma stavolta lucida e con un progetto a lunga scadenza. E dopo anni di tentativi, propositi in potenza ecco l’occasione. Qualcuno risponde a 7000 km e mi gira un contatto in zona per un colloquio al fine di valutare la possibilità di eventuali collaborazioni. Burocratese d’ufficio. Cerco di ripetermi che bisogna stare “karmi” e non mettere il carro davanti ai buoi.
Facile a dirsi. Alla cassiera del supermercato parlo in inglese, vado in palestra con il set di valigie e ho già messo il gatto nel sacco. Penso positivo. Mi porto fortuna. E sono agitata e non posso farci niente. Non riesco a svuotare la mente, respiro come dovessi prepararmi ad una lunga apnea. Parto dalla posizione in piedi, con la schiena dritta ed i piedi uniti, sollevare le mani sopra la testa unendo le mani in preghiera. Poi piego una delle due ginocchia, stacco il piede da terra e…perdo l’equilibrio. Continuo a pensare a quello che non si deve fare ad un colloquio e già mi vedo nelle mie esibizioni tratte da Bridget Jones. Giochellerò con i capelli, sarò logorroica, aprirò decine di parentesi. No. Ora cerco di concentrarmi su questo momento. Ci riprovo. Stacco il piede da terra, lo appoggio all’interno della gamba rimasta dritta e resto in equilibrio. Il mio corpo accresce le sue potenzialità, mente compresa. È la mia strada. Andrà bene.








