lezione numero 10_la mia strada

17 mar

Come sono finita qualche anno fa in uno dei più piccoli stati degli Usa? Non saprei. Il fatto certo è che conclusi gli studi, ho convertito il desiderio adolescenziale di un master a Londra con un una lunga degenza a Newark, capoluogo della contea di Essex, New Jersey. Il cambio di rotta è avvenuto più o meno come fosse il trailer di The Hangover (Una notte da leoni).

Un gruppo di amici, il mattino dopo la festa di addio al celibato a Las Vegas si risvegliano senza ricordi, senza lo sposo, con una tigre in bagno e un neonato sconosciuto nello stanzino. Più o meno la sensazione provata allo sbarco. Quando ho deciso di fare il biglietto e partire ero evidentemente assente. Con un inglese che Totò mi avrebbe invidiato sono giunta a destinazione e ho cominciato a cercarmi uno spazio. Gira che ti rigira, bussa, cerca, chiedi, studia alla fine sono riuscita a trovare un’associazione culturale che mi lasciasse scrivere una specie di rubrica sulla bella Italia.

Pizza e mandolino e bla bla vari. Che nostalgici gli italoamericani!
Eppure la nostalgia, al ritorno e al contrario, ha preso anche me. Sì perché una volta lasciata la terra in cui fu aperto il primo cinema drive-in al mondo, la patria di Frank Sinatra, lo stato con la contea di Camden, set di My name is Earl, m’è subito tornata la voglia di tornarci. Ma stavolta lucida e con un progetto a lunga scadenza. E dopo anni di tentativi, propositi in potenza ecco l’occasione. Qualcuno risponde a 7000 km e mi gira un contatto in zona per un colloquio al fine di valutare la possibilità di eventuali collaborazioni. Burocratese d’ufficio. Cerco di ripetermi che bisogna stare “karmi” e non mettere il carro davanti ai buoi.

Facile a dirsi. Alla cassiera del supermercato parlo in inglese, vado in palestra con il set di valigie e ho già messo il gatto nel sacco. Penso positivo. Mi porto fortuna. E sono agitata e non posso farci niente. Non riesco a svuotare la mente, respiro come dovessi prepararmi ad una lunga apnea. Parto dalla posizione in piedi, con la schiena dritta ed i piedi uniti, sollevare le mani sopra la testa unendo le mani in preghiera. Poi piego una delle due ginocchia, stacco il piede da terra e…perdo l’equilibrio. Continuo a pensare a quello che non si deve fare ad un colloquio e già mi vedo nelle mie esibizioni tratte da Bridget Jones. Giochellerò con i capelli, sarò logorroica, aprirò decine di parentesi. No. Ora cerco di concentrarmi su questo momento. Ci riprovo. Stacco il piede da terra, lo appoggio all’interno della gamba rimasta dritta e resto in equilibrio. Il mio corpo accresce le sue potenzialità, mente compresa. È la mia strada. Andrà bene.

lezione numero 9_basita

03 mar

Ci resto sempre basita.
Sì perché io, fondamentalmente, cerco di vedere il buono nelle cose e nel prossimo. A volte sono talmente fatta di ottimismo che credo davvero di essere in un paese civile, in mezzo a persone solidali. Poi di domenica pomeriggio, a metà tra il massimo stadio della rilassatezza e il conto alla rovescia per il lunedì, l’incontro che minaccia i miei castelli nel paese delle meraviglie.
L’insoddisfatto cronico. Dovrebbero farne una carta dei tarocchi. Pericolosissimo per i soggetti  sensibili. Sempre pronto a demolire, a vedere il lato negativo, a sottolineare i difetti altrui restando rigorosamente cieco rispetto ai propri. Non lo vedi da tempo, ti fermi, gli sorridi e gli chiedi come sta. Risponde vago (i primi cenni di insicurezza) poi eccoti servita la stoccata. Non ti chiede cosa fai di bello, né manda cari saluti a casa.


Sorride mefistofelicamente e aggiunge roba del tipo “Hai messo la panza” oppure “Ti stanno a cade’ i capelli”.
A me, dopo avergli detto che ho cominciato a fare yoga, riserva un galante “Meno male! Così ti rilassi ché ti si cominciano a vede’ le rughe”. Ora, mentre nello spazio in alto a destra si disegna un coloratissimo fumetto di me che con un gancio destro gli cancello quello stupido sorriso dalla faccia, nel mio animo i bollori si quietano. Passando per la pena verso chi, poveretto, non ha la sillaba finale di metà delle parole che usa, giungo ad una calma totale e rispondo candidamente “Già, ma non è mica acqua miracolosa!”  L’ebete resta basito. Direi uno pari e arrivederci.
Incontro da dimenticare, eppure mi viene da pensare che se le lezioni di yoga non sono acqua miracolosa, comunque producono innegabili effetti benefici. Ed è chiaro che non sto parlando di risultati sensazionali modello Santo Graal in “Indiana Jones e l’ultima crociata”, ma di piccoli cambiamenti che migliorano la vita di ogni giorno. Per esempio non ho (quasi) più espressioni alla Brontolo. Respiro, distendo il viso. Non sembro più giovane?!
Ci penso anche mentre tutta soddisfatta mi esercito nella posizione della candela, tesa con le punte dei piedi verso l’alto, con la testa a fare da appoggio. Osservo dal basso dove posso arrivare e cerco di distendermi ancora un po’. I gomiti mi tengono in equilibrio. Mi sento bene. La lezione sta per finire, non ho la minima idea di che ore siano. è bello abbandonarsi così di lunedì, quando tutta al settimana sembra in salita. è bello specie in una settimana come questa che al giro di boa mi vedrà alle prese con il colloquio dei colloqui.
Respira Uma, respira.

lezione numero 8_il febbraio

17 feb

Il Febbraio. Corto e amaro. Dicono così.
A me febbraio mette uno strano senso di disorientamento addosso. Stare ad un passo dalla primavera, con questo lungo inverno alle spalle mi fa sentire in bilico. Letteralmente, dato che ho imparato la stretta connessione tra corpo e mente frequentando le lezioni di yoga.

Avete presente la povera Frances “Baby” Houseman di Dirty Dancing nella scena al lago?!
Lei che cerca disperatamente di mantenere l’equilibrio sospesa sulle braccia tese dell’indimenticato Patrick Swayze. Tuffi a ripetizione. Oppure la sensazione che immagino provi il piatto all’apice di una pila disordinata. Mi sento così. Una trottola negli ultimi dieci secondi prima di fermarsi. È un po’ questo lo spirito con cui preparo la sacca per andare a lezione.

Eppure dentro questa specie di sconforto ormai s’è insinuata, sul fondo, una calma rassicurante, la certezza di superare lo stress e stare bene, alla fine.
E non è la spavalderia di sempre, la tendenza a lanciarsi nonostante tutto e tutti. È più l’idea di seguire un “percorso per migliorare il benessere di corpo e mente”, come dice il Maestro. In fondo ho cominciato a praticare Hatha Yoga per questo. Mi aveva affascinata la possibilità di “ritrovare gioia e consapevolezza mediante un graduale miglioramento della propria forma fisica”, ma forse questa meta l’ho persa di vista per strada. Di nuovo ho commesso lo stesso errore. L’aver incontrato la mia ex amica, sapere di rivederla ad ogni lezione, maturare la voglia di affrontarla, chiarirci per poi salutarci con un arrivederci al sapore di resa, mi ha distolto da me. Non sono rimasta concentrata, ho continuato a preoccuparmi degli altri, ho continuato a guardare nella direzione sbagliata.

Eppure se non l’avessi fatto ora non sarei qui, in questo preciso istante, mentre cerco un elastico per i capelli da mettere in borsa e mi accorgo di me, in una maniera tutta nuova. Ecco comincio con le mille riflessioni al minuto. È solo che prendere seriamente la mia interiorità mi sembra una gran svolta. Io finora ho usato l’ironia per schivare qualsiasi cosa. Finora i lavori su me stessa e un possibile cambiamento ovvero miglioramento erano stati ultimati dal profetico Quelo: “La risposta non la devi cercare fuori. La risposta è dentro di te. E però è sbagliata!”.

Comunque, meglio che mi sbrighi, si sta facendo tardi e il mio umore è già migliorato rispetto a quello di una ventina di righe in su. Magari non avrò un controllo invidiabile, ma mi sento come Ralph Macchio in Karate Kid, alla fine su quel palo troverò un equilibrio stabile.

lezione numero 7_ wow!

07 feb

Wow! Il torrone dentro il pandoro farcito con la cena della Vigilia, pastellato nel pranzo natalizio fritto nella sequenza ininterrotta di portate fin dentro la calza della Befana, mentre si gioca contemporaneamente alla Wii, a tombola e Trivial Pursuit comodamente stesi sul divano a riguardare Jesus Christ Super Star. Ecco quello che si definisce un grosso grasso Natale all’italiana.

Queste feste me le sento ancora tutte ben distribuite su fianchi e addome mentre comincio gli esercizi di respirazione. Eppure davanti al trionfo di dolci lo sapevo che il cioccolato non avrebbe perdonato. Ottuso dolce delle feste e dei giorni bui, dovresti provarla invece l’ebrezza del perdono, ti sentiresti più leggero o almeno faresti sentire più leggera me. E stavolta parlo per esperienza, non per sproloquiare di professione. Io ho perdonato.

Già, davanti a quel caffè con la mia ex amica della mia ex vita, mentre lei parlava, io riflettevo. Facendo un rapido riavvolgimento di quegli ultimi anni,è venuto fuori che i miei umori si erano fossilizzati in un continuo oscillare tra rabbia e rancore e ritorno. E la cosa non mi era apparsa ad un primo sguardo molto salutare. Tutta quella negatività mi faceva star male.

Sul lavoro una iena, nelle relazioni sociali un ghiacciolo. Mi stavo rendendo infelice e avevo bisogno di un cambiamento. Ma per ristrutturare bisogna individuare il marcio e agire in maniera mirata. La soluzione, certo, è cercare di perdonare e andare avanti. Far scivolare il dolore. Non solo dimenticare o giustificare.

Lei continuava a parlare ed io ho cercato di capire cosa stesse provando in quel momento, cosa l’avesse portata e sperticarsi in tutte quelle scuse, cosa l’avesse spinta a sacrificare una bella amicizia per una passione passeggera. Mentre ascoltavo le cadevano gli artigli, i denti da vampiro, le corna demoniache. Davanti a me, ora, c’era solo una persona che aveva fatto un errore, della strega malvagia restava ben poco. Aveva sbagliato, ma d’altra parte l’avevo fatto anch’io. Io che quando subivo un torto non volevo sentir ragioni e sembravo un giudice che non dà appello. Io che forse ero un po’ troppo concentrata su me stessa per accorgermi dei desideri altrui. Ma davanti a quel caffè, mentre lei parlava ed io riflettevo, quei giorni sembravano lontati anni luce. Quei giorni sono andati, ma noi siamo qui ora. Smetto di rovistare nei brutti ricordi e lascio che la gioia di tutto il percorso fatto sia il mio presente.

Ti perdono e tu perdoni me. E se fosse un film vedremmo scorrere nei titoli di coda le immagini di noi amiche più di prima per i prossimi cinquantanni. Io al tuo matrimonio, i nostri figli che giocano insieme. Le vacanze in montagna e al centro due grossi sorrisi di noi col tappetino sotto il braccio. Ma questo non è un film. Ci salutiamo cordialmente ripromettendoci di riallacciare, recuperare, ricostruire. Sappiamo entrambe che al massimo ci vedremo alla lezione di yoga. Ma non importa, ci sentiremo leggere, nonostante il cioccolato.

lezione numero 6_caffè

21 dic

Il caffè, per me, è come la gomma da masticare di Mac Gyver. Aggiusta tutto. Il fatto è questo. Dopo settimane di contorsioni mentali, rievocazioni del dolore e sbandieramenti di rancore, ho deciso di affrontare la mia ex amica. “Ti va un caffè dopo la lezione?”. Diretto, semplice. E la quasi sorella che voleva fare la commercialista rampante con la giacca e le spalline e che invece si era messa di nascosto col mio ex direttore, mi aveva soffiato l’incarico per cui sgobbavo da un anno e mi aveva costretta alle dimissioni, ha risposto con un altrettanto diretto e semplice “Si”.

Intanto la lezione comincia. Non siam vicine, ma io istintivamente prendo posto vicino alla porta, nel caso ci ripensasse e decidesse di scappare sarà più facile placcarla. Ho una strana agitazione addosso, sembra rimorso, ma immagino sia solo ansia da chiarimento. Cerco di non indagare, ma poi sento: “Uma, è la tua coscienza che parla. Vacci piano con la resa dei conti davanti al caffè, ché la responsabilità di quello che è successo non è solo sua”. Ecco. Sento le voci come Giovanna D’Arco.

Quanto vorrei uno specchio per vedere che faccia sto facendo. Perplessa? Accigliata? Donna prima di un internamento? Meglio concentrarsi sulla pratica yoga e cominciare a respirare, non è mai un buon segno quando inizio a parlare da sola stile come Rosemary Altea. Già mi vedo nel servizio di Striscia incastrata da Staffelli travestito da monaco buddista.

Comunque, mi concentro e cerco di svuotare la mente. Il Maestro parla di spazio vitale. Vediamo, di quanto spazio ho bisogno?! Quando ero adolescente, mi  servivano una decina di mq con armadio a quattro ante. Nel periodo del fervore studentesco “O Capitano, mio Capitano” il mondo non era abbastanza. Quando ho chiuso quella vecchia storia intendevo almeno 150 km di vuoto tra me e lui. Adesso mi accontenterei di due cuori e un monolocale. Ma mentre viaggio nel fantastico mondo dei miei pensieri a profusione, lui chiarisce. Lo spazio di cui abbiamo bisogno è dentro di noi e allo stesso tempo può adattarsi, espandersi al di fuori. Punto nodale è l’equilibrio tra interiorità e ciò che ci circonda. Per farci sperimentare quello che afferma con parole meno confuse e precise delle mie, ci invita a un esercizio. Sostanzialmente si tratta di arrotolarsi e srotolarsi contro il muro. E intanto dice “Se perdete l’equilibrio non è il muro che vi respinge, forse siete voi che lo respingete. Se qualcuno litiga con voi, magari siete voi che state litigando con lui”. Ci risiamo. Ce l’ha con me. Lo dico che mi legge nel pensiero. Oppure si sta solo riferendo alla mia interpretazione di “Donne sull’orlo di una parete innocente” dato che lo srotolo e arrotolo non si può dire che io lo padroneggi.

Sembra una di quelle scene in cui si cerca disperatamente di ripiegare una cartina stradale, solo che io sono la cartina. Annodata, stropicciata, scapigliata. Fa niente, migliorerò col tempo. Intanto la lezione sta per finire e mi torna in mente di colpo l’appuntamento per il caffè. Forse ci urleremo contro, forse ci accuseremo l’un l’altra e allora si che ci dimenticheremo per sempre. Ma forse no.

lezione numero 5_dita nella presa

16 dic

È chiaro. Il mio Maestro yoga mi legge nel pensiero e la cosa mi fa sentire come una bambina scoperta con le mani nella marmellata. Gli sembrerò dura di comprendonio. è come se continuassi a mettere le dita nella presa nonostante le raccomandazioni. Continuo a farmi del male con pensieri inutili che mi stressano. Lo stile è quello di Homer Simpson quando ripete decine di volte lo stesso movimento per cui sbatte la testa. Non mi sembra di fare molti progressi. Uffa.

Sì, perché durante le lezioni lui continua a parlare di equilibrio interiore, di calma e autocontrollo. Io, invece, oggi sono un fascio di nervi allo sbaraglio. Saranno queste ultime settimane. Parecchio difficili. Comunque, incrocio il Maestro in corridoio, mentre girovago scalza per la scuola. Sembra un dettaglio, ma lasciare le scarpe all’ingresso quando vado a fare yoga è una cosa meravigliosa. Scalzi è tutta un’altra storia. Dicevo. Lo incrocio in corridoio e non si esibisce in una di quelle banali conversazioni del tipo: “Come stai? Che mi dici? Tutto bene? è un po’ che non ti fai vedere…”, lui mi chiede se il maremoto sia passato.

Non come fosse una semplice domanda, e credo di capire il perché di questa immagine. Mi torna in mente qualche pagina di Verne. Mentre la superficie è in tempesta, nel profondo degli abissi c’è pacatezza, tranquillità. E così nella vita di ogni giorno, in cui spesso la burrasca arriva inaspettata e feroce, il sereno torna presto se si riesce a mantenere l’equilibrio in sé.

Torno da questo viaggio mentale dopo qualche secondo di silenzio, ma la conversazione è finita là. Sicuro m’ha letto il fumetto in testa. Comunque io mi sento già più positiva. Entriamo in sala e il fantasma dal passato stavolta non c’è, però uno strano senso di euforia mi invade. Sarà perché ho appena scoperto come rilassare i muscoli per prevenire la cervicale che ormai mi assale talmente spesso che dovrei inserirla nei segni particolari della mia carta d’identità. In preda all’entusiasmo mi ripropongo, alla prossima occasione utile, di parlare con la mia ex amica della ex vita della ex me. Ho metabolizzato. Sono pronta ad affrontare i miei fantasmi e superarli. Poi starò meglio. Mi sentirò più leggera. Ditemi se questo non è un gran passo in avanti. Basta dita nella presa.

lezione numero 4_mi sei mancata

23 nov

All’ultima lezione sono arrivata in tempo per un pelo, ora eccomi qua. Seduta, gambe incrociate, piedi nudi e con ben 10 minuti di anticipo. Che ragazza imprevedibile! E sono sicura che questo è il tipo di imprevedibilità che un giorno mi porterà a rientrare a casa ad un’ora insolita, giusto in tempo per trovare il mio compagno a letto con la vicina che – effettivamente – comincia  ad insospettirmi da quanto spesso finisce lo zucchero.

Comunque, palmo delle mani in su comincio a rilassarmi e respirare. Non che prima non lo stessi facendo, ma la respirazione yoga è un’esperienza del tutto nuova, sorprendente. Cerco di sgombrare la mente e di tenere gli occhi chiusi, ma ogni tanto la curiosità affiora da una fessura del mio occhio destro. Respiro, sono rilassata, sento un rumore, sbirciatina, respiro. E così un paio di volte finché dalla mia inquadratura metto a foco una figura familiare. è lei!

Apro entrambi gli occhi e glieli punto addosso. Vorrei essere indifferente. Avere l’espressività di un Cicciobello e invece so di avere lo sguardo di Mila prima di un punto decisivo: fiamme nell’iride. Lei evidentemente percepisce la minaccia e si volta. Ecco il momento della resa dei conti. Ora si accenderà tra noi un raggio laser (color azzurro cielo dalla mia parte e grigio topo dalla sua). Combatteremo come Rocky e Ivan Drago, Achille e Ettore, come Bruce Lee e Chuck Norris e “alla fine ne resterà uno solo”.

Invece accade l’impensabile. Ci diciamo “Ciao”. Non un “ciao” banale, uno che livella il rancore e sembra dire “Ho sbagliato, mi sei mancata”. Dentro è come se si sciogliessero mille nodi. Poi ripenso a come è nato tutto questo groviglio. Il primo nodo, amica mia, l’hai stretto quando hai cominciato a frequentare di nascosto il mio capo, il secondo quando sei diventata una collega inaspettata e poi il terzo, quello di non ritorno.

Ma ora non ho voglia di rimuginare. Entra il Maestro e come sempre mi vien voglia di trovare in me qualcosa per sorridere. Basta nodi per oggi.

lezione numero 3_in ritardo

09 nov

“Sei in ritardo! Sei in ritardo! Sei in ritardo!”. Lo ripeto mentre cerco parcheggio e l’idea che la mia lezione di yogascaricatensione sia cominciata da dieci minuti belli tondi. Lo ripeto quasi scaramanticamente. E intanto i minuti diventano quindici. Il ritardo retorico, quello accademico, quello per cui dovrebbero darmi un attestato. Ma voglio guarire. “Maestro non cominci senza di me, voglio migliorare, anche in questo”. E spero che il Maestro non sappia leggere il pensiero o la mimica facciale come Tim Roth, sennò capisce che metà è voglia di cambiare e l’altra metà è voglia di evitare di entrare mentre la lezione è cominciata e sono già tutti in pace, belli tranquilli e distesi…ché, 100%, appena entro o inciampo su qualcuno o rovescio quella bellissima lampada con gli effetti cromatici. Sicuro verrebbe fuori la Bridget Jones che c’è in me. Tutti c’hanno Peter Pan, a me doveva capitare l’inglese imbranata.

Parla ancora da sola, Uma, ti prego, non fa per niente doppia personalità! Se arrivo a venti minuti nemmeno salgo le scale. E se ci trovo un’altra volta la iena me ne vado comunque. Si, lo so che avevo dato ad intendere di voler affrontare i miei fantasmi, ma dopo Halloween ho deciso invece di farci amicizia. Che poi son tutti bravi a consigliare agli altri di superare i problemi. Qui si tratta dell’anima ferita di una giovane donna con dentro un’altra giovane donna che somiglia a Renee Zellweger, quindi a conti fatti di due persone ancora discretamente incxxxe nere. Il punto è che la tizia di bianco vestita incontrata alla scorsa lezione, è una serpe travestita da Heidi, solo molto più fashion e senza le caprette. Dunque, lei è stata l’altra metà del divertimento misto allo studio matto e disperatissimo durante l’università. L’amica con cui ti sganasci a lezione, quella con cui provi la faccia della pietà prima degli esami, quella che ti regge la fronte nei momenti in cui, dopo gli esami, i cicchetti ti battono 5 a zero. L’amica con cui ti basta uno sguardo e con cui scorrono milioni  di parole. Quella che ti dice che ce la farai quando, all’ultimo anno di economia ti rendi conto che nella tua vita vuoi fare tutt’altro.

Io volevo scrivere, sproloquiare dentro una rubrica, anche nascosta in mezzo al nulla. E così, contro tutto e tutti, ma con un’amica al fianco ci ho provato. Ho cominciato mandando cv verosimili anche a mia sorella di quindici anni e ad imbucarmi ai colloqui di mezza Italia fino a che è arrivata la chiamata per un secondo colloquio in una rivista locale. Pare che una ragazza andasse via da un giorno all’altro per un improvviso trasloco. Approfitto per salutarla, “ovunque tu sia, ragazza migrante, io ti ringraziooooo!!!”. Comunque, quello che sembrava l’inizio favoloso di una carriera luminosa si sarebbe trasformato, di lì a poco in un cataclisma. Ma ora non ho tempo, diciottesimo minuto dalla partenza e sono sul tappetino. La lezione è appena cominciata, qui la fretta non esiste.

lezione numero 2_ferita aperta

22 ott

Diciamocela tutta. Per quanto una possa definirsi pragmatica e razionale, la tendenza alla fantasticheria romantica è sempre in agguato. E per una che mangia pizza, libri e film la mente tende a creare scenari e sceneggiature improbabili, ma affascinanti.

Fantasticheria numero uno. Il maestro del corso di yoga che frequenterò somiglierà a David Carradine in “Kung Fu”, praticherà yoga e suonerà l’amato flauto. Ma nella realtà non trovo il redivivo Carradine, ma nemmeno resto delusa. Il Maestro fa un’ora e mezza di lezione che sembra volare. Mi lascia uno stato di rilassamento interiore surreale, insperato. Il traffico, il ritardo, i problemi, lo stress mi arrivano attutiti. Comincio a prendere le distanze dal complicato. Mi viene da sorridere.

Fantasticheria numero due. Agile e serena incontrerò l’equivalente abruzzese di Benjamin Bratt, il bellone che si mette con Madonna in “Sai che c’è di nuovo”, lui progetterà futuristici giardini e io farò yoga in giardino. Ma qui la realtà delude, eccome. Sì, perché chi ti vado ad incontrare alla fine di una lezione illuminante?! Direttamente dal 2005, la donna che mi ha stroncato i sogni, il gatto e la volpe in un unico (bestiale) corpo, tu quoque Brute, Mata Hari dei poveri era lì, davanti a me che si snodava in un completo bianco. Ora, se lo yoga fosse l’acqua miracolosa mi sarei rilassata con il respiro profondo, ma dato che acqua miracolosa non è e che io non  posso propriamente definirmi una persona niente affatto rancorosa, ho recuperato in un secondo la distanza che mi separava da traffico, problemi, stress e condito il tutto con una foga di vendetta, tremenda vendetta.

Eppure, sul punto di alzarmi, attraversare la sala, calpestare la mano rivolta all’insù di qualche incolpevole e lanciarmi al collo di quella iena ipocrita ululando ingiurie, ecco la sorpresa. Nonostante la mia doppia personalità da vandala gridasse “attacca attacca”, ho cominciato a contare, respirare. Guardare tutta quella storiaccia da un’altra prospettiva. è tutto passato. Sì, è tutto passato. Semplice, immediato, efficace. Ma come si dimentica un’amica con cui si è condivisa l’aria, il sonno, i sogni e che ad un certo punto si è rivelata il tuo peggior nemico? Se un pensiero fa male, bisogna accantonarlo, non serve tornarci su. Così come se un gesto è doloroso non continuiamo a farlo. Hai ragione Maestro, ma questa storia è una ferita ancora aperta e ora mi è venuta una gran voglia di ricucirla, risolverla, fosse anche a colpi di respiro. E mi perdonerai se per un attimo ho immaginato di essere un drago e incenerircela col respiro.

Mani giunte, piccolo inchino. Per questa lezione ti lascio andare, ma non finisce qui.

lezione numero 1_a piedi nudi

07 ott

yoga

In confidenza. Se qualcuno m’avesse fatto, fino all’altro ieri, uno di quei giochetti “ti dico una parola dimmi a cosa pensi” avrei associato il termine Yoga ai succhi di frutta. Perché fino all’altro ieri, con l’Oriente, io condividevo solo la vicinanza emotiva alla tigre di Mompracem e una smodata passione per il sushi. Per rilassarmi, in palestra, prendevo a pugni e calci un sacco inerme. Il mio approccio era simile a quello di Pai Mei in Kill Bill vol. 2 , senza possibilità di mediazione. Io col problema non ci discutevo in maniera costruttiva, lo prendevo a capocciate, nella speranza di eliminarlo per sfiancamento. Alla fine, piena di bernoccoli  e perché proprio completamente imbecille non sono, ho cominciato a vagliare la possibilità di un’alternativa. E se cercassi di stare calma? Forse potrei stare meglio, sentirmi bene, avere una produzione di pensieri al minuto entro i limiti di legge. Perché non provare con lo Yoga?

Già, perché no?! D’altra parte quella mia amica spericolata che c’ha la sveglia biologica alle 5.30 per fare il saluto al sole è talmente ringiovanita che spesso non gli danno da bere nel suo stesso locale. è lei l’entusiasta che mi convince a provare, mi procura l’indirizzo di un centro a Pescara e poi mi gira gli orari. Mancava solo che mi accompagnasse ed ero pronta per rimettere il grembiule, fare le treccine e sistemare il sussidiario nello zaino. Comunque, si va. La mia prima lezione di Yoga.

Finisco di lavorare, mi cambio in bagno e attraverso mezza città a passo svelto. Intanto comincio a maturare tutta una serie di pensieri e immagini che mi mettono angoscia. E se ci trovo una manica di fanatici, se il sottofondo di canti di monaci, l’incenso e i tendoni gialli non sono una leggenda metropolitana, se come in tutte le situazioni in cui so di non poter ridere mi viene puntualmente da ridere, se mi schianto a terra mentre tutti sono in perfetto equilibrio, e se dopo se finalmente arrivo. Mi invitano subito a togliermi le scarpe. Lascio i calzini? Come vuoi, si sta così bene a piedi nudi! Dillo a me, ho passato parte dell’infanzia sulle pattine per non rovinare la cera sul pavimento. Mi sento a mio agio e la sensazione mi piace. Lentamente mi calmo, specie perché conosco una ragazza, anche lei yogavergine, che è quasi più terrorizzata di me. Prendo un tappetino e ci sistemo un telo da mare “vintage”, celeste a fiori tutti colorati. Mi dicono: “il Maestro li preferisce bianchi!”. Bene, lo capovolgo (ho intelligenza pratica io) e mi siedo sul mio telo bianco con sfumature azzurrine, perfetto! Poi entra il Maestro e si comincia. Spiega cos’è lo yoga, mi insegna a conoscere il respiro, a capire che l’equilibrio fisico e mentale lavorano insieme, parla e sorride. è nella semplicità che si nasconde la gioia. E a proposito di nascondersi, non ci voglio credere! Tra tutti i posti, i contesti, i momenti, chi ti vedo che tenta la posizione mimetica del camaleonte?! Ci torno su la prossima volta, ché devo ancora digerire il rospo. Intanto comincio a respirare e speriamo di non fare fiamme dalle narici.

devostarekarma

Diario di una yogi alle prime… asana!!!